
Era la prima volta che facevo un viaggio così lontano, lontano dal luogo dove sono cresciuta e dalle persone con cui avevo condiviso tutto fino a quel momento. Non so bene come e quando ho deciso di voler andare in Africa. Ricordo un implacabile desiderio di partire, la voglia di indipendenza e di scoprire una realtà diversa da quella, ormai un po’ stretta, che avevo visto fino ad allora. La mia speranza, nel raccontare di questo splendido viaggio in Africa, è che attraverso i miei occhi e i miei pensieri tutto ciò che ho vissuto possa raggiungere e portare aiuto anche ad altri – che magari a loro volta vorranno restituire a questo mondo così distante un po’ di quanto hanno ricevuto.
Ad ottobre dell’anno scorso sono venuta a conoscenza di una piccola associazione venuta al mondo una decina di anni fa, P.A.C.E. (Prevention and Clinical Education), la quale si occupa di gestire un piccolo centro medico e collabora con una scuola nel nord dell’Uganda. Dopo un iter di colloqui e vaccinazioni, il 10 agosto 2017 sono partita con altri quattro membri della Onlus per un lungo viaggio verso il piccolo villaggio di Kyatiri, nel quale sono rimasta per le tre settimane successive. I primi giorni della mia permanenza non sono stati semplicissimi. Non è stato facile assimilare così tante novità, tra nuovi colori, odori e soprattutto incontri. La cosa che più mi ha sorpreso è stata la forza, fisica e morale, delle persone che ho incontrato durante tutto il viaggio, tanto la gente del posto quanto i componenti dell’associazione, che sono state le prime persone con cui mi sono dovuta rapportare. Mi veniva la pelle d’oca a pensare quanto i membri di quella piccola associazione avessero potuto fare per quella gente in così poco tempo. Ma per quanto sorprendente sia la quantità dei progetti di P.A.C.E. – dal dispensario al progetto con le scuole all’iniziativa agricola, e tanti altri ancora – questa non è neanche lontanamente paragonabile alla loro qualità, ovvero allo spirito, l’anima, il rispetto e la passione che i suoi componenti mettono nell’accudire e coltivare questo sogno. Ho avuto il privilegio di poter guardare con quale forza di volontà e tenacia, con quanti sacrifici e fatiche queste persone siano riuscite a mettere in piedi un progetto simile, solo perché hanno avuto la capacità di sognare che le cose potessero essere migliori, e a questo sogno hanno dedicato tutti i loro sforzi e la loro intera vita. Essi sono riusciti a fare tutto questo non imponendo le più moderne tecnologie, o stili di vita occidentali, ma adattandosi, entrando rispettosamente, in punta di piedi, in una realtà già solida. Mi hanno insegnato a prendermi cura di quella gente con tutta la costanza, la pazienza e la comprensione che l’amore richiede.
Oltre a tutto questo, L’Africa mi ha insegnato molto di più. Più rimanevo in quella magnetica terra, più quella realtà e quel modo di vivere bussavano prepotentemente e chiedevano di poter cambiare il mio modo di vedere le cose, di rapportarmi all’esistenza. Più andavo avanti, più capivo che la realtà che avevo potuto vedere fino a quel momento era così infinitesima da farmi dimenticare che al mondo c’è molto di più. Gli africani, la gente di quel villaggio in particolare, con la loro sola esistenza portavano la testimonianza del fatto che c’è un’alternativa al modo di vivere confuso e disordinato che abbiamo in occidente. La magnifica realtà in cui mi sono trovata immersa infatti era fatta di persone che vivono così a contatto con la terra da non dimenticare mai di esserne parte. Essi sanno che l’aria, l’acqua e la terra sono parte di noi e per questo le rispettano, non solo fisicamente, accudendo con cura il raccolto e il bestiame, ma anche spiritualmente, lasciando che sia il sole a decidere l’ora in cui è necessario svegliarsi e cominciare a lavorare, ed il buio della notte a stabilire l’ora del riposo. Questo adeguarsi ai cicli naturali di luce-buio, di pioggia-sole, e allo scorrere delle stagioni, permette di dare un valore diverso alle cose, di vivere un’esistenza più semplice, più a misura d’uomo, un’esistenza in cui ogni granello di bene, ogni piccola azione conclusa sembra una conquista, e a fine giornata sembra di avere vissuto davvero. Permette inoltre di imparare ad accettare lo scorrere della vita, con i suoi cambiamenti e i suoi imprevisti. In questo mondo, far fronte ai magnifici contrattempi che la vita pone davanti non è una perdita di tempo o una scocciatura, ma un’occasione per adeguarsi ad essa: davanti all’ineluttabile scorrere del tempo, al cambiamento della vita, al suo continuo sorprenderci, non rimane che imparare a ballare sotto la pioggia, imparare a vivere. La vita è molto più di quello che possiamo capire, molto più di quello che pensiamo di poter programmare, e proprio perché è più grande di noi non si ferma davanti a niente. Nemmeno alla peggiore delle condizioni: in Africa, la gente vive in condizioni di vita difficilissime e molto faticose, e nonostante ciò ha sviluppato un forte senso della comunità, una comunità in cui ciascuno ha il proprio ruolo e compito da svolgere, e in cui a chi è più forte spetta anche il compito di proteggere e guidare chi è più debole. È un modo di intendere la comunità molto diverso da quello occidentale, che la intende come gruppo di individui tutti uguali e posti sullo stesso piano. In Africa, al contrario, per la vita essenziale e autentica che si conduce, si è così messi a nudo che nessuno può tentare di essere ciò che non è, e perciò si riconosce, senza alcuna vergogna o orgoglio, che semplicemente in natura ci sono individui più forti e individui più deboli, c’è chi è più grande e chi è più piccolo, e che ognuno deve assumere il suo ruolo nel mondo di conseguenza.
Questa maniera di vivere così in armonia con la natura e con la propria comunità, accettando con umiltà il posto che ci spetta nel mondo, mi ha silenziosamente ricordato che veramente siamo parte di qualcosa di più grande di noi, in cui ognuno deve prendere il suo posto; e che in questo consiste la nostra realizzazione. Facciamo parte di qualcosa di più grande, quello che dobbiamo ricordarci è che in questo sta la bellezza di essere uomini. Il popolo africano, in un pacato senso di accettazione, ci insegna che veramente non bastiamo a noi stessi, che non finisce tutto qui, che non importa cosa pensiamo o capiamo di ciò che siamo o dove andremo, la vita va avanti… Siamo esseri splendidi, pieni di forza e di risorse, perciò… non scordiamoci di essere umani!
